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I PRODOTTI TIPICI DELLA FOOD VALLEY
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IL PARMIGIANO REGGIANO
Il Parmigiano-Reggiano è un formaggio semigrasso a pasta granulosa cotta, prodotto
con il latte di vacca alimentata con foraggio di prato polifita o di medicaio.
Per la produzione viene impiegato il latte delle mungiture della sera e del mattino,
riposato e parzialmente scremato; durante la lavorazione non è permesso l'uso
di sostanze antifermentative.
Di forma cilindrica, con un'altezza di 18/24 cm e un diametro di 35/45 cm, ogni
forma può arrivare a pesare da 24 a 40 Kg.
La zona di produzione tipica del Parmigiano-Reggiano è nei territori delle provincie
di Parma, Reggio Emilia, Modena, Mantova (a destra del fiume Po) e Bologna (a
sinistra del fiume Reno). Esiste per questo prodotto un Consorzio di tutela, costituito
nel 1954, nato dall'antico Consorzio Volontario Interprovinciale sancito nel 1934
e con sede a Reggio Emilia.
Cenni di storia
Marziale (64-98 d.C.) ci informa che ai suoi tempi il Parmigiano-Reggiano veniva
trasportato dalla Valle del Taro, nell'Appenino Parmense, a La Spezia per l'esportazione.
Grazie ai monaci Benedettini, la produzione di questo prodotto si estese alle
zone vicine al bacino del fiume Taro, fino a raggiungere i paesi in riva al fiume
Enza, individuati da sempre come il luogo originario di lavorazione.
Numerose sono le testimonianze riguardanti il Parmigiano-Reggiano a partire dal
secolo XIII: ne parlano, infatti, il frate Salimbene de Adam, Bartolomeo Sacchi
(detto Platina) e il bolognese Leandro Alberti. Desta curiosità l'uso di questo
formaggio, nei tempi antichi, come medicamento: secondo alcune carte datate 1568,
sembra che il Papa Paolo IV, affetto da disturbi alle vie respiratorie fosse curato
con grandi quantità di Parmigiano, mentre il cuoco del suo successore, Bartolomeo
Scappi, lo definì "... il migliore di tutti i caci".
Anche il grande Giorgio Vasari, parlando delle nozze tra Francesco de' Medici
e Giovanna d'Austria descrive basi e capitelli di formaggio Parmigiano nei luoghi
scelti per i festeggiamenti.
Sicuramente giovò alla fama di questo prodotto la citazione fattagli da Boccaccio
(1300) nella terza novella dell'ottava giornata nel Decamerone. La favolosa descrizione
del Paese di Bengodi fatta da Maso del Saggio a Calandrino, evoca un mondo fatto
di golosità appetitose: "... ed eravi una montagna tutta di Parmigiano grattugiato,
sopra la quale stavan genti che niun altra cosa facean che far maccheroni e ravioli
e cuocerli in brodo di capponi e poi li gittavan giù e che più ne pigliava più
se ne aveva".
Durante il regno di Filippo di Borbone, marito della primogenita di Luigi XV,
gli scambi tra Francia e Italia erano frequenti e, spesso, regolati da ingenti
quantità di Parmigiano-Reggiano. Lo stesso Molière, malato e in fin di vita, si
nutriva principalmente con questo formaggio, ritenuto anche dalle élites culturali
e politiche un alimento prezioso e ricco di sostanze nutritive importanti.
Autori italiani, inglesi, francesi e tedeschi hanno, nel tempo, tessuto le lodi
del Parmigiano-Reggiano, che ha, comunque, attraversato lunghi periodi di crisi,
in particolare durante l'Ottocento nei primi anni Venti del secolo scorso, quando
alcuni prodotti concorrenti cercavano di farsi strada.
Lavorazione
Una lavorazione attenta e artigianale, sempre uguale attraverso i secoli, ha
però determinato la supremazia di questo prodotto, come sottolinea il Consorzio
del formaggio Parmigiano-Reggiano: "Diciamo che è "unico" nel più rigoroso significato
della parola: non c'è infatti altro formaggio che possa dirsi suo uguale, anche
se ce ne sono che tendono ad imitarlo, col solo risultato di sottolineare un'incolmabile
differenza. La "qualità" del formaggio parmigiano-reggiano è un risultato di molti
fattori, anch'essi irripetibili: il latte della zona tipica, la lavorazione artigiana
immutata da sette secoli, la stagionatura naturale, il rigoroso controllo. Il
risultato è eccellenza di sapore, di potere nutritivo ed è intrinsecamente "genuinità";
anche in questo il parmigiano-reggiano è unico, perché se non fosse assolutamente
genuino, non sarebbe parmigiano-reggiano".
La produzione del Paermigiano-Reggiano, tipica, come si è detto, di una limitata
porzione di territori dell'Emilia ha carattere stagionale: si inizia il 1 di aprile
e si termina l'11 di novembre.
Occorrono 16 litri di latte selezionato per ottenere 1 Kg di Parmigiano-Reggiano.
Dopo aver portato il latte crudo a una temperatura di 33 C, si aggiungono siero
e caglio di vitello. Il composto si coagula nel giro di 10/15 minuti e, prima
di procedere con la cottura a 45 C, viene rotta la cagliata.
Continuando a mescolare i frammenti della cagliata, si continua ad alzare la
temperatura fino ai 55 C. Dopo 30 minuti di riposo, si estrae il composto con
una pezza di canapa e lo si inserisce nelle fascere (stampi rotondi), per una
prima pressatura. Qualche ora più tardi, si toglie la tela e si inseriscono le
matrici per la stampigliatura dei dati sulla crosta.
Nell'arco dei 25/30 giorni seguenti, il formaggio viene messo in apposite vasche
per la salatura in un bagno di salamoia. Inizia, poi, la fase ( 30/90 giorni)
di maturazione, durante la quale le forme, poste in ampi magazzini, vengono costantemente
spazzolate e voltate.
Stagionatura
La stagionatura, si protrae per almeno un anno e può continuare fino a tre: il
Parmigiano-Reggiano si dice "nuovo" quando è stato prodotto durante l'annata corrente
o appena trascorsa, "vecchio" quando ha un'età che va dai 18 ai 24 mesi e "stravecchio"
quando ha superato almeno due estati (da 24 a 36 mesi).
Il primo "Consorzio Volontario tra i produttori del reggiano" nasce nel 1927,
ma è solo nel 1951 che viene studiata e approvata una legge destinata alla tutela
di questo formaggio: a Stresa, durante la Conferenza Internazionale, nove paesi
stabiliscono l'uso esclusivo dei nomi di 22 formaggi, tra cui il Parmigiano-Reggiano,
da parte dei soli produttori delle zone d'origine.
Il Parmigiano-Reggiano ha anche ottenuto il riconoscimento comunitario DOP (di
origine protetta).
Il Parmigiano Reggiano in cucina
La finezza e la delicatezza del sapore fanno di questo formaggio un elemento
fondamentale di molti piatti della cucina italiana e la sua alta digeribilità,
unita alle importanti componenti nutritive, rende questo prodotto particolarmente
adatto all'alimentazione di bambini e sportivi.
In cucina il Parmigiano-Reggiano è da sempre utilizzato "grattugiato" per accompagnare
e insaporire piatti di pasta, pesce, carne e verdure e solo da pochi anni è diventato
una presenza fissa al tavolo degli aperitivi o prima del dolce: le scaglie scheggiate
con il caratteristico coltellino a mandorla, esaltano il sapore dei vini e temperano
gli effetti degli alcolici.
Per maggiorni informazioni visita il sito web del consorzio del Parmigiano Reggiano:
www.parmigiano-reggiano.it |
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IL PROSCIUTTO DI PARMA
Il Prosciutto di Parma viene prodotto con la coscia di un "maiale maturo", dove
per "maturità" ci si riferisce a un tipo di carne con ridotto quantitativo di
acqua, che permette l'uso di limitate quantità di sale. La dolcezza non è l'unica
caratteristica che contraddistingue questo salume: il colore rosato della parte
magra, il basso contenuto di colesterolo e un'elevata percentuale di acidi grassi
insaturi sono alcune delle principali caratteristiche fornite dalla genetica e
dall'alimentazione del maiale da cui nasce il Prosciutto di Parma.
La presenza di fattori antiossidanti naturali, come la Vitamina F, protegge i
grassi dai rischi dell'irrancidimento.
Il Prosciutto di Parma è facilmente riconoscibile per l'elevato peso (oltre i
nove chilogrammi), per la mancanza dello zampetto al termine della coscia e per
il Marchio Ufficiale del Consorzio di Produzione, apposto sulla cotica depilata
dopo il controllo ufficiale.
La zona di produzione, ben definita, comprende la media e alta Val d'Enza, la
media e alta Val Parma, la Val Bardea, la Val Parmossa e, per finire, la media
Val Baganza.
Cenni di storia
Il termine "prosciutto" deriva dal latino "prae exuctus", prosciugato. In seguito
alla distruzione delle saline di Cervia (secolo XIV), Parma iniziò a utilizzare
il sale proveniente dai pozzi della località termale di Salsomaggiore. Ricco di
sodio, bromo, zolfo e nitriti, questo sale bloccava facilmente lo sviluppo dei
batteri, portando i contadini a conservare ogni tipo di carne, dalla fettina più
sottile fino alla spalla o alla coscia. Galli e Romani già conoscevano l'arte
di salare e conservare gli insaccati e presto si comincia a parlare di prosciutto.
Testimonianze sulla produzione del prosciutto compaiono negli scritti di Catone
nel II secolo a.C., senza contare che, dopo la caduta del Regno Longobardo (774
d.C.), il Magister porcarium ricopriva una posizione pari a quella di un maestro
artigiano e di gran lunga superiore rispetto a quella di un maestro pecoraio!
A partire dall'anno Mille, Parma e la sua campagna iniziano a cambiare fisionomia:
si riducono i boschi, aumentano gli spazi dedicati alla coltura dei cereali e
il pane comincia a sostituire la carne, penalizzata dalle numerose tasse imposte
agli allevatori. E' in questo periodo che il prosciutto si caratterizza come alimento
pregiato.
Tra il Due e il Trecento si forma a Parma la Corporazione dei Beccai, che si
occupava della vendita della carne suina. Nel 1459 i Lardaroli, coloro che ammazzano
il maiale e ne salano le carni, si staccano ufficialmente dalla Corporazione.
Risale al Cinquecento, però, una delle prime testimonianze sul Prosciutto di
Parma, di cui parla, in una poesia, Pomponio Torelli. In questa composizione si
accenna alla zona di produzione (Montechiarugolo, paese sulle rive dell'Enza),
al modo di stagionatura e di salatura. Sempre al Cinquecento risalgono numerose
leggi che proibiscono la circolazione libera dei maiali in città, segnale che
l'allevamento dei suini, anche domestico e privato, doveva essere molto sviluppato
nella nostra Provincia. Fino al 1803 ci sono tracce di avvisi che ricordano ai
cittadini il divieto di "circolazione" dei maiali in città!
Il Prosciutto continua la sua ascesa sulle tavole di nobili e signori, fino ad
arrivare a Palazzo Farnese a Roma in occasione della visita della Regina Cristina
di Svezia a Papa Alessandro VII. Cuochi rinomati delle più famose corti italiane
cominciarono a cucinare il prosciutto con grandi quantitativi di spezie e vini,
nascondendone, in parte o del tutto, il caratteristico sapore. Nelle zone di produzione,
però, mani sapienti ed esperte continuavano a produrlo secondo l'antica tradizione
tramandata attraverso il passare dei secoli.
Preparazione e stagionatura
Il maiale usato per il Prosciutto di Parma, infatti, viene nutrito con alimenti
vegetali di alta qualità, grano turco, orzo, crusca e spesso con siero di latte.
La tecnica di produzione si basa esclusivamente su tre elementi: sale, condizioni
ambientali e tempo di maturazione.
Il Prosciutto di Parma viene stagionato in stabilimenti specializzati sulla collina
della provincia di Parma, continuamente sottoposti a controlli necessari per assicurare
una perfetta maturazione. La durata della stagionatura va da un minimo di dodici
mesi a diciotto e più mesi per un "prosciutto eccelso". In prodotti lungamente
stagionati e possibile riscontrare sulla fetta piccole macchie bianche, dovute
a precipitazioni di aminoacidi, conseguenza di una proteolisi.
Il Prosciutto di Parma è crudo, cioè non trattato con il calore e questo consente
al consumatore di utilizzare tutte le sue preziose caratteristiche di nutrizionalità
e al tempo stesso il suo basso contenuto calorico: nella parte muscolare si trova,
infatti, meno del 5% di grasso. La limitata quantità di sale, inoltre, rende questo
alimento ideale per le persone anziane o sofferenti di pressione alta.
Come viene servito
Il modo migliore per gustare la dolcezza e il sapore del Prosciutto di Parma
è quello di mangiarlo con una buona fetta di pane casereccio non troppo salato.
Non si esclude l'utilizzo associato a formaggi o tartufi, dopo una breve cottura,
in creazioni culinarie di recente invenzione.
I vini ideali con cui accompagnare la degustazione di questo salume devono essere
delicati: vanno bene i bianchi secchi più o meno frizzanti o un Lambrusco leggero.
Per maggiori informazioni visita il sito web del consorzio del prosciutto di
Parma: www.prosciuttodiparma.it |
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IL CULATELLO
Tra i prodotti tipici della Bassa parmense, il più raffinato è sicuramente il
culatello.
Insaccato a forma di pera, il culatello stagionato ha un peso medio di circa
3 kg e 1/2 e deriva dalla lavorazione artigianale della carne della coscia alta
magra di un suino di almeno dodici mesi (dal peso di circa 200/250 kg), allevato
nei casolari dei comuni di Zibello, Sissa, Polesine Parmense, Busseto, Soragna,
Roccabianca, San Secondo, Fontanellato, Trecasali e Colorno.
Il culatello è il frutto mirabile dell'ingegnosità dei contadini della Bassa,
che non potendo contare sul clima temperato dalla presenza di correnti d'aria
provenienti dal Tirreno per la stagionatura del Prosciutto, hanno dovuto insaccare
la parte posteriore del maiale limitando al minimo la presenza del grasso ed eliminando
osso e cotenna.
Nutrito con alimenti prevalentemente liquidi nei primi mesi di vita, il suino
potrà poi mangiare unicamente mangime composta da crusca, ghiande e melica impastate
con il siero del latte proveniente dalla lavorazione del Parmigiano-Reggiano.
Cenni di storia
Fin dal 1322 il culatello è presente sulle tavole più raffinate di nobili e buongustai.
In quell'anno, infatti, fu offerto agli ospiti del banchetto organizzato in occasione
del matrimonio tra Giovanna di Sanvitale e il Conte Andrea Rossi.
Salume tra i più pregiati, il suo nome e la sua immagine compaiono in numerosi
documenti storici ufficiali, come il "Calmiero", elenco dettagliato dei prezzi
di prodotti derivati dalla lavorazione dei maiali: è da questo prezzario che possiamo
sapere che il costo di una libbra di culatello senz'osso nel 1735 era di diciannove
soldi. Nel 1805 la stessa fonte ci informa che per acquistare una libbra di culatello
investito occorrevano 48 soldi.
Numerosi sono stati, nel tempo, gli estimatori di questo salume: i Marchesi Pallavicino
di Busseto e i Rossi di San Secondo erano soliti farne omaggio ai ricchi possidenti
che frequentavano, tra i quali Galeazzo Sforza, Signore di Milano e, più vicino
ai nostri tempi, il poeta Gabriele D'Annunzio diceva che le fette ricevute in
dono dall'amico Renato Brozzi lo aiutavano nel pensiero e forse anche nell'arte
amatoria! Così il Vate scriveva all'amico: "Grazie per quella salata e rossa compattezza
porcina che senza pudore tu chiami 'culatello".
Come si ottiene
Frutto di un'antica lavorazione artigianale, il culatello si ottiene dalla lavorazione
del muscolo crurale posteriore e interno del maiale. Dopo aver lasciato riposare
e scolare dal sangue la carne per 24 ore (metodo a caldo, in uso a ovest del fiume
Taro) o per 7/8 giorni (metodo a freddo, in uso a Est del fiume Taro), il culatello
viene massaggiato, conciato con pepe macinato e salato quel tanto che basta per
non alterare la naturale dolcezza di questo salume, poi lavato superficialmente
con vino bianco o rosso e legato con una corda sottile, per rendere la carne più
compatta. Dopo un riposo di 20/24 ore, lo si inserisce nella vescica di suino,
facendo attenzione a eliminare eventuali bolle d'aria, e si procede con la classica
legatura esterna.
Stagionatura
La stagionatura del culatello si può dividere in due parti. La prima, della durata
approssimativa di 2/3 mesi, serve per l'asciugatura del salume. In questa fase
il culatello viene appeso alle traverse di legno delle stanze superiori dei casolari
di campagna, in modo che il calore proveniente dalle stufe dei piani inferiori
attraversi il pavimento di mattoni e non possa colpirlo direttamente. E' in questo
momento che, passeggiando per la Bassa, si possono scorgere dalle finestre più
alte dei vecchi casolari file di culatelli appesi come lampadari: l'aria delle
fresche e soleggiate giornate d'autunno (la produzione riguarda i mesi che vanno
da febbraio a novembre) serve ad asciugare la carne, anche se è necessario fare
attenzione alle correnti d'aria dirette.
La seconda fase di stagionatura inizia con la spazzolatura del culatello, che
deve essere ripulito per bene dalla polvere che vi si è depositata, e procede
con il trasferimento del prezioso insaccato nella cantina del podere, dove trascorrerà
dai 12 ai 16 mesi, in base anche alle sue dimensioni, appeso alle travi in legno.
L'umidità della cantina deve essere mantenuta attorno ai 70/80, per questo l'ideale
sarebbe un locale con il pavimento di terra o mattoni e le pareti di intonaco
o calce viva.
Considerato che il calo di peso di un culatello, da fresco a stagionato, varia
dal 40 al 50%, il peso medio di questo salume non può essere inferiore ai 3 kg.
Come viene servito
Per una degustazione ottimale del culatello, è indispensabile verificare se la
stagionatura è avvenuta in condizioni ottimali o non perfette: nel primo caso
è sufficiente togliere la corda, la vescica e limare la parte esterna per circa
mezzo centimetro; nel secondo caso, quando cioè il salume presenti parti eccessivamente
indurite, occorre, prima di limarlo, inumidirlo per due o tre giorni in un panno
bagnato con acqua e vino. Proprio per l'attenzione che i contadini mettono nella
lavorazione di questo salume e delle condizioni particolari in cui vengono allevati
i suini in questione, il culatello è oggi molto raro e costoso. Per questo è consigliabile
iniziare l'affettatura dal centro: solo così si potrà gustare a pieno la fetta
intera, deliziandosi con il suo profumo e gustando a pieno il suo delizioso sapore.
La fetta soffice, ma non molle, rossa come un prezioso rubino, ma trasparente,
presenta una piccola stella di bianco grasso al centro.
Nelle vecchie osterie dei paesi della Bassa, il culatello viene servito, con
calma cerimoniosa, accompagnato da riccioli di burro a temperatura ambiente e
pane casereccio e da un buon vino rosso frizzante, come la Fortana o il Lambrusco.
Per maggiori informazioni visita il sito web della strada del culatello: www.stradadelculatellodizibello.it | |